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1. - L’ATTENTATO A GIOVANNI AMENDOLA
Mio padre era partito per Montecatini, dove aveva da tempo prenotato all’albergo La pace due stanze per lui e per l’amico e segretario Donnarumma di Siano. Non appena giunti all’albergo cominciò una grande agitazione. I fascisti cominciarono a manifestare davanti all’albergo per imporre la partenza immediata di un ospite non gradito.(...)
Amendola, considerato e con ragione, come quello che aveva voluto il documento dell’Aventino, che manteneva aperta la questione morale malgrado la conclusione del processo all’Alta Corte di Giustizia, assunse di fronte al Paese e ai fascisti la responsabilità della condotta delle opposizioni. Perciò doveva essere colpito. La brutta gazzarra durò per più ore. Intanto arrivarono da Lucca le squadre comandate da Scorza, allora vicesegretario del partito fascista. Tutta Montecatini fu messa in stato d’assedio. Ci fu un primo tentativo di invasione dell’albergo.(...)
Avendogli poi io chiesto: «Ma perché hai accettato di lasciare in piena notte l’albergo, come ti potevi fidare delle promesse fatte da un mascalzone come Scorza, e anche di quelle del tenente dei carabinieri?», egli mi rispose che non si era fidato affatto, che non era stato così ingenuo, ma «la vergogna era durata abbastanza» e «nell’albergo vi erano molte signore e molti stranieri ed egli non poteva accettare di essere motivo involontario di tanto fastidio».
Avendogli Scorza nella hall dell’albergo garantita la sua protezione, rispose seccamente che si affidava unicamente ai carabinieri che avrebbero saputo fare come sempre il loro dovere, il tenente dei carabinieri si impegnò a salire con lui nell’automobile. L’eterna e fatale illusione! Appena uscito dall’albergo fu travolto da un primo assalto: colpi di manganello, lancio di pomodori, sputi e insulti. Fu buttato di peso su una macchina e si trovò solo tra quattro fascisti. Il tenente dei carabinieri non c’era più. Dietro seguiva lentamente un camion dì carabinieri, ma al primo bivio prese un’altra strada. L’automobile dei fascisti portò Amendola al luogo prestabilito per l’agguato, tra Monsummano e Serravalle, i località Ponte e Nievole. La macchina si fermò perché - dissero - c’era un tronco che sbarrava la strada. Piombarono su Amendola un gruppo di squadristi di Montecatini lo colpirono con meticolosità. Egli non poté difendersi. Si era raggomitolato coprendosi il capo ed esponendo le spalle ai colpi che avrebbero provocato il fatale trauma. Ad un certo punto apparvero i fari di un’automobile che si avvicinava veloce. Si seppe dopo che era una macchina stranieri Allora gli squadristi si ritirarono e gli accompagnatori portarono il corpo esanime di Amendola all’ospedale di Lucca.
Quegli sciagurati, negli anni seguenti, non fecero che vantarsi della bella prodezza, anzi il numero degli aggressori crebbe. Erano conosciuti, e se ne vantavano, come gli aggressori di Amendola: un titolo di merito nell’era fascista!
Quando Montecatini fu liberata, nell’estate del 1944, fu facile arrestarli. Non mancarono i testimoni che avevano ascoltato le loro vanterie, ci fu persino chi si ricordò di averli visti la sera del 21 entrare allegri in un’osteria per festeggiare la bella impresa. Uno di loro aveva il manganello ancora insanguinato.
(da «Una scelta di vita»)
2. - LA MORTE DEL PADRE
Arrivato a Cannes mi precipitai verso la pensione-clinica Le Cassy Fleur, all’inizio della via di Grasse. Entrai nella stanza e mi accorsi subito che mi avevano detto delle pietose bugie. Mio padre stava morendo. Era ancora lucido. Mi interrogò a lungo, volle avere notizie di mamma e dei piccoli. Mi chiese come andavano gli studi, che cosa si faceva al Mondo. Disse che appena stava un poco meglio sarebbe tornato in Italia. E questo proposito ritornò più volte nei giorni seguenti. La Pavlova mi rivelò la verità: l’avevano mandato a morire vicino all’Italia con la speranza di prolungare la sua vita. Ma tutto era inutile. Quando era stata fatta l’operazione si erano accorti che ormai le proliferazioni del male avevano invaso tutti e due i polmoni. C’era Federico che lo assisteva e un medico locale. Ma cosa potevano fare? Bisognava procurarsi delle medicine e ordinare delle bombole di ossigeno.(...)
Il rantolo diventava sempre più straziante, poi egli si sollevò, si guardò attorno, levò la mano per farmi una carezza, ricadde, e fu tutto. Accorsero gli amici, fu mandata la notizia in Italia, si cominciò a parlare di funerali, come organizzarli e chi fare venire. Mio padre era morto laicamente, senza gli ultimi sacramenti. La sera prima il parroco della chiesa vicina, un abate colto e discreto, di sentimenti democratici e antifascisti, aveva chiesto di pregare inginocchiato in un angolo sena farsi vedere. Non avevo creduto di dovermi opporre.
(da «Una scelta di vita »)
3. - UNA SCELTA DI VITA
Fui affascinato soprattutto dal Che fare?, dove il partito, diventato il centro di un grande movimento di popolo, inviava i suoi ambasciatore in tutti gli strati della popolazione, respingeva ogni tendenza operaistica a chiudersi in una politica “tradeunionistica” di difesa degli interessi immediati e particolari di categoria. Mi colpì l’affermazione di Lenin che il socialismo era l’erede e il continuatore delle più alte tradizioni del pensiero moderno, della economia politica inglese, della filosofia tedesca e dell’illuminismo ed utopismo francese.
Non avevo letto nulla di Gramsci. I “temi” sulla questione meridionale, pubblicati nel numero 1~ del 1930 di Stato Operaio, giunsero a Napoli dopo che io mi ero già iscritto al partito. Ma il riconoscimento della necessità di un’alleanza rivoluzionaria tra classe operaia del Nord e contadini del Mezzogiorno era un tema che, sottolineato con forza da Sereni, veniva particolarmente accolto e compreso da chi, come me, poneva già la questione meridionale come problema politico essenziale dell’intera nazione.
Dall’altra parte, quanto ho già raccontato sull’inesistenza di una opposizione valida al fascismo che non fosse quella comunista, mi confortava sulla validità della scelta che mi accingevo a fare. O l'atesismo di Croce, il rinchiudersi nello studio nell’accettazione pratica del regime, e quindi nella rinuncia alla lotta, o l’impotenza rissosa degli antifascisti emigrati, perduti nelle loro vane vociferazioni. Perché il PCI era il solo a battersi, a prezzo di tanti sacrifici? Perché era un partito internazionalista, forte quindi del sostegno (e della indispensabile disciplina) di un grande movimento mondiale. Perché gli operai, i braccianti e i contadini erano spinti, dalla necessità di vita, a porre rivendicazioni concrete in contrasto con i padroni e con il regime che sosteneva i padroni. Trovavo nei fatti la conferma della validità della affermazione di Gobetti, essere il pro-letariato l’unica classe portatrice di avvenire.
(da «Una scelta di vita»)
4. - LA BELLEZZA DI TORINO
A Torino ero stato poche volte. Mi ero fermato a Torino nel 1928, di ritorno dalla Francia, e non avevo mancato di fare visita ad Ada Gobetti, ancora nella vecchia casa di via Fabro. A Torino era stato per molti anni, alunno del collegio dei Salesiani, mio fratello Antonio che, dopo la morte di mio padre, era stato accolto generosamente nella famiglia del senatore Frassati. Quando era morto Pierluigi Frassati, il giovane e ardente figlio del senatore, mio padre si recò ai suoi funerali, sapendo quale colpo quella morte immatura. aveva rappresentato per l’amico del vecchio giornalista.
(...) Mi trovai a passare un’altra volta per Torino, ma questa volta illegalmente, nell’ottobre 1931. Andai ancora a trovare Ada Gobetti, e vi incontrai Aldo Garosci, con il quale ebbi una agitata discussione, e Carlo Levi, che cercava di fare il moderatore. Nacque allora la mia amicizia per Carlo Levi, indicato nel rapporto che stesi per il centro del partito con lo pseudonimo anticipatore di «senatore». Incontrai, in quella occasione, anche Mario Andreis e Vittorio Foa, il cui foglio clandestino, Voci di officina, fu oggetto di un commento di Togliatti in Stato Operaio. Adesso ritrovavo Andreis e Foa alla testa del Partito d’azione, ed i nostri rapporti si rinnovarono subito con immediata reciproca fiducia. Invece Carlo Levi era lontano, a Firenze, mi dissero, dove aveva partecipato alla battaglia insurrezionale. Adesso toccava a noi. Giulio Einaudi era nella brigata Garibaldi operante nella Valle di Cogne. Invece Cesare Pavese era nascosto, ma passivo, in un paese delle Langhe. Ed Ada Gobetti era l’animatrice dei Gruppi di difesa della donna.
Torino era bellissima in quell’inverno ostinato, che non riusciva a finire, I bombardamenti avevano fatto guasti limitati, così almeno mi sembra di ricordare. Ma forse è soltanto una impressione. Il cielo terso, le montagne vicine tutte bianche, la città quasi deserta, nitida, ordinata nel suo disegno razionale, i vecchi palazzi barocchi e la nuova periferia operaia, la collina che portava la campagna fino dentro la città. Bastava passare un ponte e ti trovavi in mezzo ai campi. lo ero stato grato a Longo di avermi inviato a Torino. Era stata una prova di fiducia, la dimostrazione che le vecchie discussioni, anche i sospetti che mi avevano tanto amareggiato, erano ormai superati. Mi trovavo al punto di massima responsabilità in quella Torino operaia, dove ogni mattina le informazioni dalle fabbriche portavano notizie della irriducibile attività della classe operaia. C’erano in città forze partigiane, i GAP (che avevano scritto con Dante Di Nanni e Osvaldo Pesce pagine gloriose), e le SAP, le SAP operaie, diverse da quelle contadine che avevo organizzato in Emilia.
(da «Lettere a Milano»)
5. - LA RIVOLUZIONE ANTIFASCISTA
Quando sono arrivato all’angolo di corso Racconigi col corso Peschiera ho visto avanzare su quest’ultimo corso il grande corteo. In testa venivano le donne, con bandiere tricolori e cartelloni molto ben fatti (uno era rivolto ai fascisti, diceva di non sparare e di arrendersi). Tutto il corso, nella sua lunghezza era occupato dal corteo, e questo era assai lungo. Il corteo procedeva lentamente, dalle finestre applaudivano. Il corteo era inquadrato da un servizio di ordine, giovani in bicicletta, ed era preceduto da staffette. Le donne invitavano quelli che erano sul marciapiedi ad unirsi al corteo. In piazza Sabotino, gremita di folla, ha parlato un giovane meccanico, in tuta, dall’alto del tram. Quello che mi ha impressionato era la sicurezza della massa, il fermo e sereno coraggio, ed un’aria di festosità e letizia, tutti erano contenti e sembrava dicessero: vedete come siamo forti, i fascisti non si fanno vedere. Infatti tutto il quartiere era nelle nostre mani, assenza completa della forza pubblica. Tutti si sono resi conto di quello che potrà essere l’insurrezione: sciopero generale, congiungimento nei quartieri popolari dei partigiani con le SAP, occupazione degli edifici pubblici del quartiere, isolamento ed accerchiamento dei fascisti in alcuni punti, e poi loro annientamento. Il corteo è continuato sul corso Peschiera verso corso V.E. Soltanto quando è arrivato vicino alla fabbrica di birra si è fatta viva un’autoblinda che a sparato in aria. Alcune SAP hanno risposto. Non c’è stato disordine, ma, poiché l’ordine era di non cercare la battaglia e di non insistere, il corteo si è sciolto. La manifestazione è stata molto controllata politicamente. Ad un certo punto hanno cominciato a cantare Bandiera Rossa, cosa che a me non dispiaceva affatto, dato il quartiere operaio e la partecipazione prevalentemente operaia dei manifestanti ma ho visto un compagno avvicinarsi alla testa del corteo, e poco dopo hanno finito di cantare Bandiera Rossa ed hanno intonato l’inno di Mameli.(...)
E finalmente giunsero in città i partigiani di Barbato.
Nella mattinata del 27 le forze partigiane, finalmente ben orientate, si avvicinarono a Torino, la incalzarono, vi penetrarono e si ricongiunsero con le SAP delle fabbriche e dei quartieri. Restavano, nella notte sul 28, i capisaldi fascisti delle caserme di via Cernaia e di via Asti. Abbandonati dai tedeschi si divisero tra coloro che si volevano arrendere e coloro che volevano ancora difendersi con disperazione e vendere cara la propria pelle, come dicevano. Un com- pagno fatto prigioniero, e trattenuto nella caserma di via Asti della guardia nazionale repubblicana, stava per essere fucilato quando vide i briganti neri cominciare a spararsi tra di loro.
Era uno spettacolo orrendo, mi disse, spettacolo di violenza di vigliaccheria e di odio. Finché i partigiani sfondarono l’ultima resistenza, entrarono nella caserma a liberare prigionieri e piegarono con la forza ogni residua velleità c lotta.
Alle prime del 28 la vittoria era assicurata. Ci muovemmo, verso le sette del mattino, dalla conceria. Una colonna di macchine procedeva a passo d’uomo, preceduta e affiancata da partigiani. Io andavo a piedi, lieto di quella fresca aria che spazzava via le ultime inquietudini della lunga attesa. La città mostrava i segni dei combattimenti. In via Garibaldi, un brigante nero ucciso fumava ancora appeso ad una inferriata, e si consumava bruciando lentamente. Per terra vi erano molti cadaveri e non era facile distinguere tra i compagni i nemici. Il senso di umana pietà, insopprimibile anche i quell’ora, veniva soverchiato dai colpi dei «cecchini”, che continuavano a sparare e che avrebbero continuato l’opera loro ancora per qualche giorno.
Un giovane partigiano francese, che aveva voluto continuare a combattere con noi anche dopo la liberazione della Francia, Jimmy, cadde fulminato dalla pallottola di un «cecchino«.
Arrivammo in prefettura, dove Antonicelli lesse l’ordini del giorno con il quale il Cln piemontese assumeva tutti poteri di governo della regione del Piemonte, si costituiva in giunta di governo del Cln per il Piemonte. La giunta investiva le persone designate all’esercizio delle funzioni previste di sindaco, di prefetto, di questore e di presidente del Consiglio provinciale.
(da «Lettere a Milano»)
6. - PIETA’ L’E’ MORTA
La prima giornata di Torino liberata è stata ancora una giornata di lotta.
Torino non ha potuto abbandonarsi a festose manifestazioni di giubilo, ma è restata, vigile, in armi. I partigiani e le SAP hanno continuato la pulizia della città, rastrellando numerosi “cecchini” fascisti ed eliminando gli ultimi disperati focolai di resistenza. Per tutto il giorno, nel centro della città, non è cessato il crepitio delle mitragliatrici.(...)
Il criminale Srarnek non ha ancora innalzato bandiera bianca ed ha respinto l’intimazione di resa, che gli è stata rivolta. In altri punti del Piemonte vi sono ancora nuclei e forze tedesche, non numerose, ma ben armate, che tengo- no ancora e che tentano ancora di sottrarsi o di ritardare momento della resa e dell’annientamento.(...)
La lotta continua ancora, dunque. Ma le condizioni son cambiate Le forze nazionali sono ormai saldamente padrone della situazione. Torino è il centro di direzione e d organizzazione del movimento di liberazione di tutto il Pie monte. Il CLNP esercita la sua funzione di governo coordina e dirige tutta la guerra. I tedeschi e gli ultimi gruppi di banditi neri sono ormai nelle condizioni di fuori legge. Le condizioni della lotta si sono ormai capovolte. I patrioti potevano, ieri, contare sull’appoggio di tutta la popolazione ed è grazie a questo appoggio che essi hanno vinto. nazifascisti sono ormai ridotti nella posizione di banditi in fuga, braccati da tutte le parti, e che bisogna abbattere senza pietà.
La mobilitazione e la salda unità di tutto il popolo sono, ancora oggi, le condizioni essenziali per porre rapidamente e vittoriosamente termine alle ultime operazioni. Accanto alle valorose formazioni partigiane sono tutti i lavoratori che devono dare la caccia ai disperati fascisti dell’ultima ora, che devono rastrellare e pulire i quartieri, che devono consegnare ai tribunali del popolo le spie, i provocatori, i delinquenti che devono essere giustiziati.
Pulizia pronta e radicale, è questa la condizione perché si possa iniziare la nuova vita democratica e ci si possa accingere al duro lavoro della ricostruzione.
Pietà l’è morta. E’ il grido che abbiamo lanciato quando più dura era la lotta, quando i nostri migliori cadevano assassinati. E’ la parola d’ordine del momento. I nostri morti devono essere vendicati, tutti. I criminali devono essere eliminati. La peste fascista deve essere annientata. Solo così potremo finalmente marciare avanti.
Con risolutezza giacobina il coltello deve essere affodato nella piaga, tutto il marcio deve essere tagliato. Non è l'ora questa, mentre non sono ancora sepolti i caduti della battaglia liberatrice, di abbandonarsi ad indulgenze, che sarebbero tradimento della causa per cui abbiamo lottato.
Pietà l’è morta.
(da «Lettere a Milano» - L ‘Unità - 29.04.1945)
7. - RICOSTRUIRE IL PAESE
Certo, non avevamo avuto altra scelta. Bisognava arrestare la guerra per evitare la distruzione del paese. Perciò era stato giusto contribuire, per la parte che ci era spettata, alla caduta di Mussolini e alla conclusione dell’armistizio. Poi bisognava difendere contro l’occupante la vita dei soldati e degli ufficiali, impedire le razzie e le deportazioni degli uomini, il saccheggio del paese. La Resistenza era stata innanzitutto una necessità, non una scelta ideologica, ma una scelta elementare per salvare la vita, l’onore, la dignità degli italiani. Restando in disparte, come spettatrice indifferente, come se la cosa non la riguardasse, la classe operaia avrebbe sofferto ugualmente, sarebbe stata più duramente colpita (razzie e deportazioni), perché priva di organizzazione, e non avrebbe conquistato le posizioni di forza alla testa del movimento di liberazione.
Per la prima volta nella storia d'Italia le classi lavoratrici avevano partecipato come principali protagoniste ad un grande moto di liberazione. Questa era la vera rottura operata nella continuità del vecchio Stato.
Inoltre si erano stabiliti nuovi rapporti di unità nazionale tra nord e sud. E’ vero che il sud e il nord vivevano delle esperienze così diverse, ma quanti meridionali, soldati e ufficiali, sorpresi al nord dagli eventi, avevano partecipato, prima per necessità, per sopravvivere, poi per convinzione, alla guerra partigiana? Anche nei comandi in Piemonte v’erano uomini del sud: Colajanni siciliano, Brandani romano. Tornati al sud i partigiani meridionali avrebbero portato l’eco di una esperienza nuova..
Inoltre si erano creati dei fatti politici (l’unità dei Cln, l’incontro tra movimento operaio e movimento cattolico), che erano destinati a sviluppi nuovi e fecondi. L’importante era saper diventare, dopo essere stato il partito della guerra patriottica, il partito della ricostruzione e della partecipazione democratica, salvando il salvabile del patrimonio di esperienza unitaria, di autogoverno accumulato nei Cln.
I bisogni immensi di un paese affamato e devastato chiedevano di essere soddisfatti e questo apriva la prospettiva di una ripresa produttiva per rispondere alla domanda arretrata. Bisognava che, partendo dalle posizioni occupi nella Resistenza e rafforzate, lo speravo, nella insurrezione il partito si presentasse agli italiani come il partito de ricostruzione che affermava, con il suo programma politico una piattaforma di unità alla classe operaia e ai ceti mi della città e della campagna, un «partito nuovo”, così aveva detto Togliatti, col volto assunto nel corso de Resistenza di grande partito democratico e nazionale nello stesso tempo internazionalista. Ci saremmo riusciti?
(da «Lettere a Milano»)
8. - UNA SINISTRA EUROPEA
C’è una sinistra europea che è caratterizzata da intrecciarsi di divisioni di carattere nazionale e di carattere politico e che non riesce ad esprimere pienamente la s forza. In tutti i paesi europei c’è una sinistra che sfiora il 50% dei voti, ma che non lo supera sufficientemente per costituire una maggioranza solida che le permetta di portare ava con la forza del consenso popolare un’opera di trasformazione e di vincere le resistenze dei ceti privilegiati. F giungere a questa posizione deve conquistare il consenso dei ceti medi pencolanti tra destra e sinistra, e può conquistarlo, questo consenso, solo se riesce ad essere unita a indicare un programma, anzi una linea più che un programma, una linea di sviluppo che sia credibile, che coi sponda alle esigenze del paese. La situazione è, in par migliorata, si sono migliorati i rapporti e le conoscer reciproche. Ma di fronte alla crisi, anche negli ultimi anni, ‘73 ai fenomeni di inflazione e di recessione, il movimento operaio e le sinistre non sono stati in grado di dare L risposta efficace, ed hanno subito in ordine sparso le conseguenze della crisi.
(da «Il Rinnovamento del Pci»)
9. - IL PARTITO UNICO
Nelle elezioni provinciali di domenica 22 tutte le forze che si richiamano, in un modo o nell’altro, alla classe operaia fanno parte di quella che in un modo assai vago viene comunemente chiamata la «sinistra democratica» hanno raccolto il 48 per cento dei voti. Eppure la situazione di «sinistra democratica» mai è stata così confusa e dominata da contrasti ideologici e politici, ed anche da risentimento e rivalità. Così queste forze non riescono a fare valere tutto il loro peso, e ad attirare le correnti di sinistra cattoliche in politica di rinnovamento.(...)
La somma di energie, impiegate dai partiti che si richiamano alla classe operaia a combattersi fra di loro, certamente ridotto di molto l’impegno di lotta volto a coni stare lo strapotere della Dc ed a utilizzare le sue interne difficoltà per dare un colpo decisivo alla sua decisione conservatrice. Ora, che si stanno valutando i risultati dello scontro, occorre spazzare via i cocci e tentare di supera risentimenti.(...)
Le stesse conclusioni della campagna elettorale ripropongono il discorso sulla necessità e possibilità della formazione di un partito unico della classe operaia. (...)
Ora l’esigenza di un partito unico della classe operaia italiana nasce da una constatazione critica: nessuna delle due soluzioni prospettate alla classe operaia dei paesi capitalistici dell’Europa occidentale negli ultimi 50 anni, la soluzione socialdemocratica e la soluzione comunista, si è rivelata fino ad ora valida al fine di realizzare una trasformazione.
In Italia l’unificazione non si può fare né su posizioni socialdemocratiche né su quelle comuniste. Non si può a causa dei rapporti di forza, e non si deve, se vogliamo creare un partito nuovo.
L'Italia è uscita dalla lotta antifascista, dall’insurrezione nazionale del ‘45 e dalla vittoria repubblicana del ‘46 con una Costituzione che non può semplicemente chiamarsi, come ritiene Bobbio, di «democrazia liberale». Nella Costituzione sono infatti presenti esigenze ed istituti in questi venti anni non rispettati né attuati dai diversi governi di coalizione diretti dalla Dc, che indicano, tuttavia, il carattere «avanzato» socialmente che avrebbe dovuto prendere una «repubblica fondata sul lavoro». Sviluppare gli elementi originali di questa Costituzione, sollecitare attraverso una incessante e permanente mobilitazione delle masse una ininterrotta tensione politica e sociale vuoi dire creare le condizioni, con l’attuazione di riforme di struttura, politiche ed economiche, per una trasformazione democratica e socialista della società.
Ed è sulla base di un programma politico di rinnovamento che si dovrà formare il nuovo partito unico, aperto quindi, senza preclusioni ideologiche, a chi approva questo programma. Non un partito «ideologicamente neutro» come teme Lombardi, ma nemmeno ideologicamente chiuso: un partito politicamente attivo, capace di convogliare attorno ad un programma politico forze di diversa origine ed ispirazione. Il partito unico dovrà raccogliere l’apporto delle più avanzate correnti del pensiero moderno, in modo da realizzare un fecondo confronto tra il pensiero materialista dialettico, che raccoglie e sviluppa gli insegnamenti di Marx e Lenin, di Labriola e di Gramsci, e le altre posizioni filosofiche e culturali. Anche qui è evidente che non si può pretendere di creare un partito unico sulle posizioni ideologiche occupate dall’avanguardia comunista. I comunisti continueranno, naturalmente la loro battaglia marxista entro il partito unico, in un permanente e democratico dibattito delle idee. (...)
Vi sono i problemi nuovi posti dall’integrazione europea, dalla necessità di una programmazione democratica antimonopolistica, dal pericoloso sviluppo di forme nuove di autoritarismo che nascono dai nuovi centri di potere del capitale monopolistico, problemi che esigono uno, sforzo di approfondimento critico e di elaborazione di nuove piattaforme di lotta. La riconquista dell’unita politica esige una opera originale e coraggiosa di elaborazione politica e programmatica, e di ripensamento critico di tutte le esperienze vissute dal movimento operaio negli ultimi cinquant’anni.
Ed è quello che intendiamo quando invitiamo i compagni socialisti e gli amici e noi stessi a fare i conti tra di noi. Siamo aperti, perciò, ad ogni ricerca critica ed autocritica.
Quando Bobbio rivolge ai comunisti la critica di aver avuto un peso politico inferiore alla loro forza numerica ed alle speranze suscitate, temo che si fermi alla superficie, e non vada a ricercare il fondo delle trasformazioni politiche avvenute in questi venti anni, che non sono stati certamente venti anni perduti se sono stati impiegati non soltanto a difendere i legittimi interessi dei lavoratori ed a mantenere aperte, contro ogni tentativo di ritorno reazionario, le vie dello sviluppo democratico, ma a trasformare le coscienze, ad abbattere vecchie barriere, a «elevare», come dicevano i primi socialisti, politicamente e culturalmente gli italiani, e promuovere un’opera profonda di emancipazione sociale e politica, a realizzare l’unità politica degli italiani, dalle Alpi alla Sicilia, a creare, cioè, le forze politiche decise a battersi per trasformare l’Italia in un paese socialista. E queste forze costituiscono il contributo che il Pci è pronto a dare con tutto il suo patrimonio glorioso di pensiero e di azione, da Gramsci a Togliatti, per la costruzione di un partito unico della classe operaia, che voglia davvero essere un partito nuovo disposto a fare una politica nuova per avanzare verso il socialismo.
(da «Rinascita» 28. 11.64)
10. - I GIOVANI E IL ‘68
Studenti e giovani. Ho già scritto che i giovani non hanno bisogno di serenate. Il modo di esprimere da parte degli anziani rispetto e comprensione per il travaglio dei giovani non è quello delle facili civetterie. Occorre porsi, invece, su uno stesso piano di comuni responsabilità. V’è un atteggia mento molto diffuso tra gli anziani, che vuole apparire c larga apertura e di tollerante buon senso. «Sì, commettano pure i giovani i loro errori, lasciamoli fare, ci penserà l'esperienza a correggerli. Noi anche abbiamo fatto a suo tempi i nostri errori. Poi ci siamo corretti». Allo stesso modo i vecchi peccatori delle commedie borghesi guardavano compiaciuti alle follie dei giovani, dicendo il faut que jeunesse s’amuse poi metteranno la testa a posto, penseranno alla carriera faranno un buon matrimonio. Ora i tempi di Addio giovinezza sono passati da un pezzo.(...)
Il problema studentesco non può essere riassorbito nel dato giovanile, esso supera i limiti della vecchia disputa delle generazioni. E’ un problema nuovo, determinato dalla rivoluzione scientifica e tecnologica. La scienza diventa sempre più una forza produttiva che esige la formazione di u numero crescente di intellettuali, i quali entrano più o men direttamente in conflitto con lo sfruttamento e l'oppressione capitalista. Il sistema capitalista ha bisogno di un numero crescente di intellettuali e li forma per assegnare loro determinate funzioni, in determinate condizioni di vita e di lavora. Ma gli intellettuali non intendono accettare queste funzioni e queste condizioni, e rivendicano autonomia e libertà. problema dell’autonomia della scienza e della cultura diventata una contraddizione crescente del sistema. E’ il problema di oggettiva importanza ai fini di una trasformazione rivoluzionaria della società, della funzione della sua cultura, e d suo posto nella società nel momento in cui le conquiste del scienza e le trasformazioni tecnologiche rendono sempre più urgenti la fine della proprietà privata dei mezzi di produzione e il superamento della contraddizione tra il caratteri sociale della produzione e l’appropriazione privata dei prodotti.
(da «Rinascita» 28.06.68)
11. - I CONSERVATORI DELLA «SINISTRA»
Non sempre appare che le forze innovatrici abbiano chiara la natura della battaglia da condurre. Si manifestano in seno al movimento operaio resistenze conservatrici, come se fosse interesse dei lavoratori conservare le come come stanno. Le stesse importanti conquiste operaie degli ultimi anni non possono, alla lunga, essere difese se non avviane una forte ripresa economica, e se non muta il quadro politico generale. Si possono comprendere i motivi che spingono la classe operaia ad assumere, proprio nelle sue parti più organizzate, una accanita difesa delle condizioni conquistate nell’ultimo decennio di lotte. Il vecchio ricordo della disoccupazione permanente spinge a difendere ogni prospettiva di mobilità, comunque garantita. Ed attorno ad ogni fabbrica, per quanto arretrata ed improduttiva, ci sono interessi, anche legittimi, che dalla sua chiusura resterebbero colpiti. Ma, per assicurare una riconversione ed uno sviluppo dell’economia italiana bisogna correre i rischi di una politica di investimenti che non sia costretta obbligatoriamente nei termini delle antiche localizzazioni. Del resto correte tale rischio è il solo modo per correggere l’attuale squilibrata dislocazione territoriale degli investimenti industriali.
Quando parliamo di necessari sacrifici che debbono essere compiuti dai lavoratori per superare la crisi, si vuole erroneamente intendere, a volte, che i sacrifici debbano essere «concessioni» da fare ai capitalisti ed ai governanti, o il «prezzo» di presunte manovre politiche dei comunisti per entrare ad ogni costo nel governo. I sacrifici sono invece necessari perché il paese esca dalla crisi nell’interesse primo dei lavoratori, perché i giovani trovino un lavoro e per migliorare le condizioni di vita del popolo, soprattutto per quanto riguarda la casa, la scuola, la sanità, i trasporti. Cioè per accrescere la quota dei consumi sociali più di quella da riservare all’incremento dei consumi privati non necessari. Perciò non è corretto parlare di contropartite da esigere in cambio dei sacrifici richiesti da uno sforzo di mutamento. La contropartita non è qualcosa che altri dovrebbero concedere (il governo o la borghesia capitalistica), ma il raggiungimento di obiettivi che prima di tutto interessano i lavoratori: la salvezza del paese e la continuazione del suo progresso. (...)
Quali sacrifici ha imposto ai lavoratori l’inflazione incontrollata degli ultimi anni, con l’aumento dei prezzi ed il logoramento del valore reale dei redditi fissi, pensioni, eccetera? Si tratta di scegliere tra la conservazione degli attuali sacrifici, iniquamente distribuiti e premessa di nuova ingiustizie o di gravi arretramenti, e la scelta autonoma e responsabile di sacrifici richiesti da uno sforzo di mobilitazione nazionale che prepari un migliore avvenire, di sacrifici cioè compiuti dai lavoratori per i lavoratori, per la nazione, di cui la classe operaia è, ormai, forza dirigente. Spetta dunque alla classe operaia ed alle sue organizzazioni politiche e sindacali di affermare di fronte ad ogni problema una iniziativa rinnovatrice. Invece accade che di fronte ai problemi nuovi nei quali si esprime la gravità della crisi (e cito a caso ed alla rinfusa i problemi finanziari, quelli dei trasporti, quelli delle me e degli ospedali, quello delle tariffe dei servizi pub problemi del fitto e quello degli orari, dell’assenteismo, mobilità, ecc.) la prima posizione assunta di slancio, di ad ogni proposta di modifica, sia quasi sempre una po ne di diffidenza conservatrice, nel rifiuto aprioristico di mutamento dello status quo.
Ora la classe operaia non può esaurire la sua forza difesa ad oltranza di vecchie fabbriche dissestate, più pagate dallo Stato ai padroni, estendendo così la zona del capitalismo protetto, assistito, refrattario ad ogni reale versione. Quanto tempo c’è voluto perché si riconoscesse apertamente, da parte del movimento operaio e sindacale che esistono effettivamente problemi che si chiamano lavoro nero, assenteismo, spreco di medicinali, cattiva distribuzione degli orari, struttura della scala mobile. Non si rifiutare la discussione ditali temi. Ma se si vogliono respingere le arbitrarie soluzioni proposte da imprenditori e g no (tutte, in ultima analisi, volte a comprimere il salario bisogna allora avanzare altre proposte che tutelino gli interessi reali dei lavoratori, e che valgano ad eliminare tutto ciò che concorre a ridurre la produttività del lavoro, o ad aumentare artificialmente i costi di produzione.
(da «Politica ed Economia» 1976)
12. - LA VIOLENZA
Mi pare che noi vediamo innanzitutto il fatto che la si è sempre storia di violenza, e che si fa con la lotta di classe. Non si conoscono periodi della storia umana in cui la violenza non abbia impresso il suo marchio sanguinario. Oggi ci scandalizziamo del fatto che i nuovi Stati africani nascano attraverso drammatici contrasti. Vogliamo rifare storia d’Europa? e quella del cattolicesimo? Vogliamo parlare di come le classi dominanti sono diventate tali? delle rivolte delle plebi? e della rivoluzione inglese, di quella francese? del colonialismo? del nazionalismo di questo secolo? O vogliamo parlare dei governi americani, di quando Taft diceva: «In questo sciopero ci sono stati dieci o venti morti; pochi, bisognerebbe arrivare a migliaia di morti per mettere la classe operaia a posto»? Non si può far carico noi della «ideologia della violenza», quando il mondo intero è stato costruito su questa base. Volta a volta la violenza ha avuto segni differenti. Io, che combatto il terrorismo, rivendico di essere stato terrorista a Roma contro i tedeschi avere comandato l’azione di via Rasella, particolarmente efficace.
Piuttosto bisogna riconoscere che noi, comunisti italiani proprio perché avevamo vissuto le strategie della guerra vile, abbiamo affermato la nostra volontà, e la possibilità concreta, di andare avanti per una via pacifica. I trent'anni della nostra presenza in questa repubblica sono trent'anni di lotta contro l’uso della violenza nella lotta politica. Il primo uomo politico a mettere in guardia contro i pericoli catastrofici della bomba atomica, ad aprire su questo terreno dialogo coi cattolici, è Togliatti. Quali appunti vogliono farci? Alle violenze scelbiane reagimmo non ribattendo colpo colpo, ma con la mobilitazione di massa. Non abbiamo rotto vetrine, né sporcato le fabbriche, secondo il grande esempio dell’operaio Parodi che riconsegnò nel 1920 le chiavi della Fiat, intatta, nelle mani di Giovanni Agnelli. Dunque, cerchiamo di non tradurre in termini di bassa propaganda elettorale. In una situazione così grave, nella quale la Dc fa appello al nostro senso di responsabilità, cerchiamo di mantenere il dibattito all’altezza della tragedia che viviamo!
(da «Rinascita» del 7.04.1978)
13. - LA DEMOCRAZIA CRISTIANA
Essa merita una critica soprattutto per aver creato un sistema di governo fondato sulle clientele e su una corruzione di massa, nella quale spiccano i grandi scandali, ma nella quale c’è un elemento generale di ” pratica protettiva” - concessione dei posti - che forma tutta una base di sfiducia. La sfiducia nello studio, nella responsabilità, nel merito, nell’onestà, viene molto da qui. Fare i furbi: quanti ce ne sono che obbediscono unicamente a questa filosofia? Alla Dc manca lo storicismo, cioè la capacità di vedere il processo graduale, lo sviluppo concreto delle cose. Altrimenti avrebbe presto capito meglio che da quella base sono nate alcune forme antesignane del terrorismo attuale: da una parte il corporativismo acuto...
(da «Rinascita» del 7.04.1978)
14. - IL LAVORO
Il problema della disoccupazione non è stato affrontato nei suoi termini reali, che sono quelli di una disoccupazione concentrata in alcune zone del sud e composta in prevalenza da giovani laureati e diplomati, una parte dei quali rifiuta occasioni di lavoro che non siano compatibili con aspirazioni che sono, in prevalenza, quelle di un impiego pubblico stabile e con prospettive di carriere e di pensione già in partenza assicurate. Perciò si è cercato, ostinatamente, di negare l’esistenza in Italia di centinaia di migliaia di immigrati stranieri in gran parte non tutelati dalla legge perché clandestini. Ma il riconoscimento dell’esistenza di manodopera immigrata disponibile per tutti i lavori, anche se faticosi, avrebbe smentito le solite lamentele. (...)
Per questo non approvo la proposta del compagno Trentin di formare una federazione sindacale dei disoccupati e dei precari. Sarebbe un bel calderone1 La disoccupazione in Italia deriva da diverse cause, è composta in modo diverso da regione a regione ed ha bisogno di obiettivi precisi, articolati, ben qualificati. E lo stesso si dica dei precari, che non possono essere riuniti, per la varietà delle loro situazioni e la diversità e contraddittorietà delle loro rivendicazioni, in una stessa inesistente categoria. Per i giovani non può valere la tesi, a giustificare il rifiuto di un lavoro manuale, della frustrazione derivata dal tipo di organizzazione ripetitivo e monotono del lavoro in fabbrica, del «lavoro idiota», nell’ipotesi che una nuova qualità del lavoro in fabbrica attirerebbe nuove energie. La crescente sostituzione delle «isole» alle «linee» e gli inizi dell’automazione e dell'elettronica tendono a valorizzare nuovamente il contributo individuale, quindi la capacità professionale degli operai e dei tecnici. Ma non si può passare dalla meccanizzazione all’automazione senza accettare la riduzione del numerica degli operai occupati per giungere ad una determinata produzione: riduzione certo concordata, non imposta da padrone, ma non rifiuta a priori dal sindacato.
Il fatto è che il miglioramento della qualità del lavoro in fabbrica non potrà mai annullare il suo carattere alienante nemmeno in una società socialista. E’ vecchia la teoria d ricercare, con una nuova organizzazione del lavoro, la possibilità di una «gioia del lavoro». (...)
Ma la divisione del lavoro in una società che non sia giunta allo stadio supremo del comunismo (a ciascun secondo i suoi bisogni, da ciascuno secondo le sue possibilità) richiede sempre una scala di occupazione che darà più o meno soddisfazione al riconoscimento delle capacità individuali. Non c’è solo il lavoro ripetitivo in fabbrica che non dà soddisfazione al legittimo bisogno individuale di vedere riconosciute le proprie qualità personali. Non credo che tale soddisfazione sia data dal lavoro dei commessi nei grandi negozi, o da quello dei netturbini. Ma allora chi farà questi lavori, pur necessari alla vita della società? I lavoratori immigrati, turchi o tunisini, come li fanno gli emigrati italiani in altri paesi? In realtà c’è sempre modo di difendere propria dignità di uomo e di lavoratore nel posto di lavoro e nella società. Ogni altra rappresentazione della qualità del lavoro è illusoria e mistificatoria. Del resto non si spiegherebbe il generale rifiuto non solo del lavoro in fabbrica, ma anche del lavoro artigiano o contadino, nei quali si possono esaltare le capacità individuali. Nella corsa all'impiego pubblico si esprime la volontà di un mutamento di condizione sociale, una corsa del figlio del contadino, più raramente dell’operaio, ad una promozione sociale, ad una pretesa ascesa nell’ordinamento sociale, promossa e coltivata dalla Democrazia cristiana e dalla sua politica corruttrice. La partecipazione di migliaia di candidati a posti non tecnicamente qualificati dell’amministrazione pubblica (mentre vanno de serti i concorsi a lavori che esigono una più difficile preparazione), dipendente anche dal fatto che il miglioramento delle condizioni di vita di molti lavoratori, con il cumulo in un stessa famiglia di doppi salari e stipendi, del salario e dello stipendio della madre o di varie pensioni, permette il mantenimento di giovani agli studi fino ad età avanzata, e la creazione di una massa di studenti permanenti, sempre più inquieti, frustrati e pronti, malgrado le proteste verbali, a subire il gioco clientelare della Dc, a diventare, come per fascismo e per il nazismo, la massa di manovra di tentatavi reazionari.
(da «Rinascita» del 9.11.79).
15. - DIRE TUTTA LA VERITA’
Nessuno può pretendere di affermare che io vagli tornare indietro. Si tratta non di tornare indietro, ma di ricercare le difficili vie di una trasformazione. Si tratta condurre, contestualmente, nel corso dell’opera di risani mento, l’azione rinnovatrice e trasformatrice indispensabile per la salvezza del paese. Non si può indicare un primo e un secondo tempo. Prima la salvezza del paese e poi la trasformazione, o viceversa, come se si trattasse di mettere una scatola al posto di un’altra. Ho sempre respinto, in chiare polemiche, l’idea antistorica di proporre un modello di transizione al socialismo, o un progetto di città futura estraneo alla realtà dei processi in corso. Bisogna inserire invece in questi processi elementi di trasformazione democratica e di socialismo, come abbiamo cercato di indicare nel progetto a medio termine. Non si tratta, certamente, di limitare ogni sforzo soltanto a «garantire il funzionamento delle imprese, dei servizi, che vorrebbe promuovere il non funzionamento delle imprese, dei servizi, delle istituzioni dello Stato? E’ la lotta che conduciamo da sempre per attuare la Costituzione e tradurre in pratica le indicazioni progressive che essa contiene. E’ una lotta difficile perché per essere vittoriosa esige la formazione di una maggioranza del popolo che ancora non esiste. Questa lotta può avanzare se mira ad obiettivi concreti e precisi. All’inizio degli anni sessanta, quando i salari erano estremamente bassi e di gran lunga inferiori agli incrementi di produttività, si trattava di lottare per gli aumenti salariali, dei «soldoni», tanto disprezzati alla III Conferenza dei comunisti di fabbrica (Genova, 1965), respinti sdegnosamente da molti dei miei attuali critici, «soldoni» da ottenere nel quadro di una programmazione democratica, delle riforme di struttura e delle grandi riforme tributarie, assistenziali e previdenziali, sanitarie, scolastiche. La richiesta di «case, scuole, ospedali» parve troppo moderata, «socialdemocratica» si disse già allora, di fronte ai grandiosi progetti di transizione al socialismo, tanto moderata che ancora oggi, quindici anni dopo, «case, scuole ed ospedali», restano obiettivi non ancora raggiunti. Non v’è alternativa immediata tra conservazione dell’esistente e sua trasformazione. Chi afferma il contrario accende nei giovani speranze che non potranno essere realizzate, destinate a creare rapidamente disillusioni, come avvenne per le speranze del ‘68, «tutto e subito», ed a formare così il terreno di coltura dell’estremismo e del terrorismo.(...)
Un’opera di salvezza del paese, e di concomitante indispensabile trasformazione, esige lotta, sacrificio, rigore (dico rigore perché si è spesso presentata l’austerità, per meglio attaccarla, come rigorismo, moralismo, predica), autodisciplina, arresto della corsa di una sfrenato massimalismo corporativo. Al Comitato centrale tutti hanno affermato che il passaggio all’opposizione non deve significare cedere alle pressioni massimalistiche. Ma bisogna tradurre questo orientamento in fatti, e ciò non avviene sempre in modo coerente. (...)
La maggioranza degli italiani è composta da cittadini onesti, presenti in tutti i partiti democratici, anche nella Dc, che compiono amareggiati il loro dovere e restano malgrado tutto, al loro posto. C’è una classe operaia che ha conservato una forte coscienza nazionale e democratica, e vuole lottare contro le forme di violenza e di corruzione (assenteismo ingiustificato) penetrate anche in fabbrica. Vi sono artigiani, imprenditori, commercianti, che danno prova di capacità e di ingegnosità. Vi sono contadini, spesso associati in cooperative, che hanno raggiunto alte punte di produttività. C’è una maggioranza di giovani che lavorano e che studiano. Vi sono artisti, scrittori, studiosi e ricercatori che onorano la cultura italiana. Queste sono le basi reali di una politica di solidarietà nazionale fondata sull’incontro delle forze comuniste, socialiste laiche e cattoliche. La solidarietà nazionale fondata su tale base è il contrario delle ipocrite dichiarazioni di solidarietà nazionale fatte dai vari esponenti democristiani, accompagnate dalla pretesa di avere l’appoggio subalterno dei comunisti, utili conservare nelle loro mani tutto il potere. Con questa Dc rinnovata non c’è alcun accordo da tentare.
Bisogna guardare con fiducia alla maggioranza di onesti disposti a fare il loro lavoro e non disprezzarla per correre dietro ad una piccola minoranza estremista o che ha coperto e copre culturalmente il terrorismo portatrice di una sottocultura snobistica, elitaria si d disprezza il popolo. (...)
Una larga mobilitazione popolare può essere ottenuta con una chiara indicazione dei pericoli incombenti, dei numerosi sacrifici necessari e della condanna dell'ambiguità, delle dissimulazioni della realtà, degli accorti tatticismi (che sono il contrario di una tattica diretta a permettere l’esecuzione di un disegno strategico). Sono convinto in un appello diretto agli italiani per salvare il paese rinnovarlo nella libertà sarà largamente accolto. Occorre dare battaglia, certamente, e non correre dietro alle masse, ai movimenti che avrebbero la pretesa di esprimere le vocazioni delle masse, mentre ne traducono soltanto rivendicazioni corporative e settoriali, o le illusioni e le speranze contrastanti con la dura realtà dei rapporti di forza. Occorre che il partito adempia alla funzione che gli è propria, leninista e gramsciana, di essere forza dirigente della nazione in leale competitività con le altre forze democratiche per conquistare e riconquistare giorno per giorno un'egemonia non pretesa in anticipo, ma ottenuta col lavoro svolto per la salvezza e l’avvenire del paese. Il partito, ci insegnava Togliatti, non è il fine, né un organismo neutro di amministrazione, ma lo strumento di una volontà politica per salvare il paese e per avanzare sulla via nazionale al progresso e al socialismo. Egli ci ha lasciato numerosi esempi di iniziative che trovarono in un primo momento, nel partito e masse, immediate e spontanee resistenze: dalla “svolta di Salerno», al voto alle donne e all’approvazione dell’art. 7 della Costituzione, per fare qualche esempio. (...)
Berlinguer ha fatto un discorso chiaro, senza attenuare le critiche che credeva di dovermi fare. Ed io lo ringrazio per tale leale franchezza, anche se non posso accettare il richiamo all’abc del comunismo, o all’ottava glossa di Marx a Feuerbach (che fu un punto decisivo del mio passaggio dallo storicismo idealistico al materialismo storico). Non contribuisce alla necessaria comprensione dei termini del contendere chi si è schierato dietro la persona del segretario generale del partito con argomentazioni diverse e contrastanti. Così si crea un’unità ambigua e fittizia, invece di una reale unità politica indispensabile per guidare partito unito nella difficile lotta per la salvezza del paese. Non credo, non ho mai creduto, alla validità di un'unità artificiosa, che copre i dissensi e toglie al partito capacità di iniziativa. Ciascuno assuma le proprie responsabilità quali che siano le sue posizioni personali, accetti disciplinatamente le decisioni della maggioranza..
Se vogliamo guadagnare la fiducia degli italiani, dobbiamo dire la verità, tutta la verità.
(da «Rinascita» del 7.12.79)
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