Giorgio Amendola nacque a Roma il 21 novembre 1907, figlio primogenito di Giovanni e della intellettuale lituana Eva Kuhn.

Non aveva neppure vent’anni quando il padre — dal 1919 deputato di Salerno vicino alle posizioni di Francesco Saverio Nitti — morì il 7 aprile 1926 in una clinica di Cannes per le conseguenze di un’aggressione fascista di cui era stato oggetto nel luglio del ’25.

Dopo la morte del padre, terminati gli studi liceali a Roma, si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza a Napoli, dove iniziò — come ebbe a scrivere nel suo Una scelta di vita (p. 171) — «un periodo di grande raccoglimento, di lavoro fecondo, che concorse a dissipare quella confusione, non solo culturale ma anche morale che mi aveva dominato negli anni inquieti e torbidi dell’adolescenza».

Sollecitato da Nitti, iniziò a preparare una tesi di laurea sul credito al consumo. La crisi del ’29 venne ad infrangere l’ipotesi che un allargamento crescente del consumo potesse sostenere un incremento ininterrotto della produzione, ché anzi la vendita rateale, negli Stati Uniti, si dimostrava un elemento di aggravamento della crisi.

«Anche questo ha contribuito a farmi comprendere la fragilità della scienza economica capitalistica e a farmi avviare verso gli studi marxisti: per cui terminai nel 1930 la mia tesi di laurea da comunista, in un mondo in cui la crisi dominava l’economia di tutti i paesi capitalisti»[1].

Nel 1929, infatti, nell’anniversario della Rivoluzione d’ottobre, aveva preso la tessera del partito comunista.

Per il giovane Giorgio era stato un percorso lungo e travagliato. Il militante dell’Unione giovanile, come è stato messo in rilievo, partiva da posizioni convintamente «amendoliane», cioè «rifiutava con cognizione di causa politica non solo le proposte dei comunisti, ma anche le posizioni di Gobetti, critiche verso la politica “centrista” dell’Aventino»[2]. Decisivo era stato l’incontro con Emilio Sereni, allora giovane ricercatore dell’Osservatorio di economia agraria di Portici. Nel «durissimo braccio di ferro» con Mimmo, nel confronto con le sue serrate argomentazioni, Amendola lascerà infine cadere, come dirà, «il tentativo di arroccarmi su posizioni socialdemocratiche avanzate, come quelle dell’austro-marxismo»[3]. Insieme a Sereni e Manlio Rossi-Doria, costituì una cellula clandestina del partito a Napoli.

La domanda chiave della sua ricerca esistenziale — come mai uno Stato democratico aveva capitolato di fronte a un gruppo di avventurieri — trova in quelle discussioni una risposta che determinò la sua scelta di vita:

«Bisognava andare più a fondo per comprendere il fenomeno, per comprendere che cosa era avvenuto; bisognava ricercare nella società italiana, nelle sue forze sociali, nei suoi contrasti di classe, nelle sue contraddizioni, nell’insufficienza della democrazia prefascista; bisognava ricercare nel modo stesso che, nel secolo scorso, si era formata l’unità italiana, i motivi della crisi politica che nel dopoguerra aveva permesso l’apparizione e la vittoria del fascismo. Io sono diventato comunista, da liberale che ero, perché il comunismo mi diede questa risposta: Gramsci mi diede questa indicazione e ci dimostrò quali erano le cause, i motivi di questa tragedia, che cos’era il fascismo, e come esso non fosse caduto dal cielo»[4].

Da allora, Amendola rimarrà fedele ad una lettura del proletariato come soggetto di una democrazia radicalmente antifascista.

Nel marzo del 1931 compì il suo primo espatrio clandestino, unico delegato napoletano al IV Congresso del Pcd’I di Colonia. Entrò quindi nell’apparato illegale del partito a Parigi, rendendo pubblica la sua adesione al partito comunista, con un articolo su «Stato operaio», del giugno 1931, che suscitò grande eco[5].

Amendola, consapevole del clamore che avrebbe suscitato nell’antifascismo liberaldemocratico la sua adesione al comunismo tratteggia, insieme alla «triste storia dell’“antifascismo democratico”», una vera e propria autobiografia politica.

Ancora nel 1952, nell’intervenire nella discussione sulla cosiddetta “legge truffa”, che tanto gli ricordava la legge Acerbo del 1923 — alla cui discussione il giovane Giorgio assistette «da spettatore confinato nella tribuna delle famiglie, giovane, ma attento spettatore» — proporrà la genealogia politica della sua famiglia come percorso progressivo dell’intero paese:

«Il mio nonno materno era un mazziniano romano, combattente della Repubblica romana del 1848 [...]; mio nonno Pietro fu garibaldino [...]. Mio padre fu democratico antifascista. Io sono comunista. Mazziniani, garibaldini, antifascisti, comunisti: questa è la storia d’Italia, questa la via del progresso del nostro paese!»[6]

In Una scelta di vita citando a memoria questo passaggio, spiegherà:

«Sentivo in quel momento di dire qualcosa di vero, che corrispondeva alla linea di ascesa di avanguardie coscienti, emergenti a fatica dal mondo subalterno della vecchia Italia oppressa e divisa, per acquistare, attraverso una serie di lacerazioni familiari, una funzione consapevole nella vita del paese. Continuai per un pezzo a ripetere questa frase, in ogni occasione, finché Giancarlo Pajetta mi consigliò di cambiare disco. Il fatto è che io ci tenevo a questi titoli di nobiltà antifascista»[7].

Molti interpreti hanno teso a sottolineare gli elementi di continuità se non biografici, di stile e di cultura con la tradizione liberale. Ma Amendola evidenziò, sì, una “provenienza” ma soprattutto, e con insistenza, gli elementi di discontinuità che produsse nella sua generazione la riflessione sul fenomeno fascista e la pochezza dell’antifascismo democratico[8]. Il 12 luglio dello stesso anno, durante una festa di piazza per l’anniversario della rivoluzione francese, il suo sguardo «cadde su Germaine» Lecocq, che usciva da un cinema assieme alla madre e la invitò a ballare. «Fu un amore a prima vista», che durò tutta la vita (Germaine morirà poche ore dopo Giorgio).

Il 2 giugno 1932, rientrato in Italia, per la sua prima missione clandestina, fu arrestato a Milano. Grazie all’amnistia per il decennale della marcia su Roma, evitò il processo presso il tribunale speciale e fu confinato per 5 anni a Ponza. Qui lo raggiunse Germaine nel luglio 1934, e il 10 luglio i due si sposarono con cerimonia civile.

Nel 1937, dopo cinque anni, intervallati da numerosi soggiorni nel carcere di Poggioreale, ottenne la trasformazione del confino in ammonizione con residenza a Roma, e, da qui, alla fine di ottobre raggiunse clandestinamente Parigi.

Da allora e fino al 1943 svolse l’attività antifascista in Francia e a Tunisi. Dopo il patto Ribbentrop-Molotov, e la repressione delle organizzazioni comuniste, nel marzo 1940 Amendola si trasferì a Marsiglia, per riorganizzare le file dei comunisti italiani. Con l’entrata in guerra dell’Italia (10 giugno), cominciò a rompersi l’isolamento politico del Pci[9]. Nel settembre 1941, fu tra gli animatori del Comitato di Tolosa, cui parteciparono informalmente Sereni e Giuseppe Dozza, Pietro Nenni, Fausto Nitti e Silvio Trentin[10].

Nel novembre 1942 venne cooptato nel centro estero del Pci in seguito all’arresto di Agostino Novella.

Il 3 marzo 1943, a Lione, con Dozza, firmò per il Pci, il patto d’unità d’azione con socialisti (rappresentati da Saragat) e azionisti (rappresentati da Lussu).

Rientrò in Italia nell’aprile dello stesso, prima a Torino e poi a Milano, per la riorganizzazione del lavoro cospirativo in Italia. Membro della direzione provvisoria del partito, all’indomani dell’arresto di Mussolini e l’insediamento del governo Badoglio il 26 luglio, partecipò alla prima seduta del comitato delle opposizioni svoltosi a Milano. Lo stesso giorno Amendola fu inviato a Roma per partecipare come rappresentante ufficiale del Pci alle riunioni del Comitato romano delle opposizioni, dal quale — come scrive lui stesso — «apparivano ancora emarginati i comunisti» e prevaleva «la linea della “tregua” da concedere a Badoglio, quando invece occorreva incalzarlo subito con la richiesta di misure immediate»[11]. Forte del successo conseguito soprattutto al Nord dallo sciopero generale, Amendola e gli altri rappresentanti giunti da Milano sostennero la necessità di premere sul governo Badoglio affinché iniziassero le trattative per l’armistizio, venisse sciolto il partito fascista (con le altre istituzioni del regime), venissero liberati i detenuti e i confinati politici, fosse ripristinata la libertà di stampa e fossero ricostituiti i partiti antifascisti. Su queste basi, Amendola si incontrò la sera stessa con il consigliere politico del re, Vittorio Emanuele Orlando, che assicurò un sostanziale accoglimento delle richieste. Ma la liberazione dei detenuti politici avvenne senza un provvedimento ufficiale, e seguendo criteri di discriminazione politica: rilasciati subito socialisti e azionisti, per i comunisti furono necessarie altre pressioni ed iniziative politiche.

L’8 settembre a Roma vide Amendola tra gli organizzatori della difesa della città e con Scoccimarro rappresentò il Pci nel Cln centrale. Membro della giunta militare tripartita, sarà organizzatore e animatore dei Gap (Gruppi di azione patriottica) romani e infine comandante delle brigate Garibaldi dell’Italia centrale.

Era a Roma quando, il 1° aprile 1944, Togliatti annunciava che egli non aveva alcuna pregiudiziale nei confronti di Badoglio, e che i partiti antifascisti dovevano accantonare la questione istituzionale e pensare alla formazione di un nuovo governo che unisse tutte le forze impegnate nello sforzo bellico. Era la svolta di Salerno.

Come racconterà lui stesso, nelle Lettere a Milano, «nel gruppo di direzione di Roma si formò subito uno schieramento favorevole pienamente, e con entusiasmo, alla iniziativa assunta da Togliatti» (p. 300), ad eccezione di Scoccimarro, che la riteneva un «compromesso». Lui stesso, nei mesi precedenti — a causa dello «choc della fuga di Pescara» —, aveva contrastato Novella e Negarville, i quali non avevano mai escluso una collaborazione politica con Badoglio. Dopo una riunione della direzione di Roma, Novella e Amendola inviarono, il 7 aprile, a Togliatti un messaggio solo recentemente ritrovato negli Archivi del Pci, presso la Fondazione Istituto Gramsci: «Approviamo entusiasticamente svolta…». Il telegramma procurò ai due «un monte di critiche» (Lettere a Milano, p. 310), e anche Togliatti non gradì; ad esso infatti rispose: «Per il momento non ponete questione autocritica interna». Amendola, che quando scrisse il suo libro non aveva a disposizione i testi dei messaggi tra Roma e Napoli, lo ricordava come un secco invito a rinviare le controversie per attuare disciplinatamente la linea approvata a Napoli.

Dopo la costituzione del secondo governo Badoglio, con l’ingresso dei comunisti, e alla vigilia della liberazione di Roma, il 5 maggio del 1944, Amendola lascia la capitale per raggiungere Milano come membro della direzione del Pci per l’Italia occupata.

In agosto venne arrestato a Parma e rilasciato dopo 10 giorni senza che i tedeschi sospettassero la sua vera identità.

Ispettore della Brigate Garibaldi in Emilia e in Veneto, alla fine del 1944 sostituì Arturo Colombi a Torino, come responsabile del triunvirato insurrezionale piemontese e rappresentante comunista nel Cln regionale. In questa veste organizzò gli scioperi preinsurrezionali dell’aprile 1945, che condussero alla liberazione di Torino il 28 aprile.

Dopo la Liberazione fu richiamato a Roma e nominato sottosegretario alla presidenza del Consiglio nel governo Parri e nel primo De Gasperi fino al 1° luglio 1946.

Il V Congresso del Pci (Roma 29 dicembre 1945-6 gennaio 1946) lo riconfermò membro della direzione (di cui farà parte sino alla morte). Nominato membro della Consulta, venne eletto all’Assemblea Costituente, e poi deputato nel collegio di Napoli in tutte le successive legislature; dal 1969 fu eletto al Parlamento europeo.

Dal 1946 al 1954 fu segretario regionale della Campania, della Lucania e del Molise; e dal 1947 fino al 1954 fu responsabile della commissione meridionale del partito. Fu in questo periodo che il suo contributo politico assunse una propria fisionomia.

La costruzione del partito nuovo al Sud avvenne intorno alle lotte agrarie, in larga parte spontanee, ma alle quali Amendola si sforzò di dare una posizione aperta e interclassista, attraverso un articolato Movimento di rinascita del Mezzogiorno, promotore di inchieste popolari sulle condizioni del Sud, e il coinvolgimento di diversificate forze politiche, sociali e intellettuali. Di esso fu espressione la rivista Cronache meridionali che fonderà con Mario Alicata e il socialista Ernesto De Martino nel 1954. Il successo di questa impostazione si misurò nelle elezioni amministrative del 1952, che videro il Pci raddoppiare i consensi al Sud, e alle politiche del 1953, quando i voti del Mezzogiorno furono determinanti per la sconfitta della “legge truffa”.

In questi anni si consolidava la sua lettura, mutuata da Gramsci e Gobetti, dei limiti del processo di unificazione del paese e della borghesia italiana, che nelle condizioni di miseria del Mezzogiorno mostravano la loro più grave contraddizione. In questo quadro si definiva la “funzione nazionale” della classe operaia, la sola classe che potesse portare a compimento l’opera risorgimentale, secondo l’ispirazione che lo aveva guidato sin dalla sua scelta di aderire al partito comunista.

Dopo le elezioni del 1953 e la morte di Stalin, che vennero a mutare il quadro politico interno e internazionale, si avviò nel Pci un processo di rinnovamento, che culminò nell’allontanamento di Secchia dalla direzione e la nomina di Amendola alla responsabilità dell’organizzazione già nell’estate 1954. In questo ruolo, formalizzato alla conferenza di organizzazione, svoltasi a Roma, il 9-14 gennaio 1955, egli entrò a far parte della segreteria del partito, nella quale rimase fino al 1965.

La relazione di Amendola al Comitato centrale del 16-18 luglio 1954 in preparazione della conferenza di organizzazione fu un vero e proprio manifesto politico. Come ha sottolineato Roberto Gualtieri[12], Amendola collegò la critica all’attesismo rivoluzionario e l’esigenza di un rinnovamento nei metodi di direzione del partito ad un’analisi del nuovo terreno su cui il congresso della Dc aveva collocato la sfida per il cambiamento. La strategia, che il nuovo responsabile dell’organizzazione illustrò, puntava a rendere il Pci protagonista dell’organizzazione di un largo fronte politico e sociale capace di dar vita, in forme diverse e con strumenti molteplici, a iniziative e a proposte concrete miranti all’allargamento del mercato interno e allo sviluppo.

Il rilancio della “via italiana al socialismo”, favorito dal XX Congresso del Pcus nel ’56, vide in Amendola un sostenitore e un ammiratore convinto del coraggio di Chruščëv — fatto, quest’ultimo, che determinò anche «un certo contrasto» — come ebbe a dire a Renato Nicolai nell’intervista Il rinnovamento del Pci, Roma, Editori Riuniti, 1978, p. 126 — con Togliatti. Entrambi condividevano però l’obiettivo di operare un profondo rinnovamento del partito. E la posizione di Amendola a capo dell’apparato organizzativo risultò determinante per selezionare il nuovo gruppo dirigente che diede testa e gambe al rinnovamento sancito all’VIII Congresso del Pci (Roma, 8-14 dicembre 1956).

Il piglio deciso con il quale operò tale rinnovamento, gli attirò l’accusa di autoritarismo, che egli non respingeva. «Era — secondo Arfé — un autoritarismo alimentato dall’insofferenza nei confronti della vita politica, della pigrizia intellettuale, dell’opportunismo spicciolo. Era un autoritarismo dietro il quale erano anche le esperienze che la sua generazione aveva vissute e sofferte e che avevano messo in evidenza l’astrattismo del democratismo dottrinario»[13].

Dal IX Congresso (Roma, 30 gennaio-4 febbraio 1960) divenne responsabile della sezione economica e della commissione lavoro di massa. Di nuovo ad Amendola era affidato il compito di guidare il rinnovamento, stavolta su programma che più sfidava la politica del Pci (e costituirà l’oggetto del contrasto che lo oppose a Ingrao), dopo la fine del centrismo. Amendola — che già nel febbraio 1959 aveva avanzato la proposta di una «nuova maggioranza di rinnovamento democratico» —, contribuì alla definizione della linea di relativa “apertura” del Pci all’ingresso dei socialisti nell’area di governo. Contribuì a definire il profilo di una possibile convergenza con le componenti più avanzate del centro-sinistra fondata sulla “programmazione democratica” e mirante all’allargamento del mercato interno e alle “riforme di struttura”.

Nella sua trentennale esperienza parlamentare egli valutò i governi e le scelte di politica economica su due elementi: la risposta agli interessi materiali delle classi popolari e il ruolo assegnato alle loro rappresentanze politiche. Due elementi che potevano concretamente essere valutati su un dato concreto: l’aumento dei redditi operai, come principale strumento per superare le tare storiche di un capitalismo asfittico e perennemente tentato da soluzioni autoritarie.

Nell’intervento che il partito gli affidò sulla “Nota aggiuntiva” di La Malfa, egli affermava: «Se si vuole che le forze del lavoro guardino a questa politica con fiducia, bisogna che questa politica corrisponda alle insopprimibili esigenze di vita delle masse lavoratrici per superare il livello attuale dei salari e degli stipendi» (25 maggio 1962).

Quando — di fronte alle prime avvisaglie di crisi economica nella primavera del ’64, e sotto la pressione del ministro Colombo e del Governatore della Banca d’Italia, Carli — il centro-sinistra ridimensionò i propositi programmatori, enfatizzando la “politica dei redditi” (di fatto un freno agli aumenti salariali), la reazione del parlamentare comunista fu energica.

«Che cosa vi aspettate? Anime delicate! — disse nel suo discorso parlamentare del 23 giugno 1964 — Vorreste che il movimento operaio si suicidasse senza avere la penosa incombenza di farlo fuori? [...] Altro che sfida democratica, onorevole Moro, di cui ella ha parlato nel 1962! [...]. Noi abbiamo salutato con favore il momento in cui la lotta si spostava su un terreno più avanzato; ma quando vediamo che dietro il discorso della sfida democratica riappare il vecchio volto della borghesia italiana, con quello che esso ha di gretto e di esoso, ebbene, diciamo a questa borghesia italiana: noi andiamo avanti, per la strada che corrisponde agli interessi della classe operaia, del popolo italiano.»

Ancora alla Conferenza operaia di Genova (30 maggio 1965), pur in una situazione di recessione economica, Amendola invitava il sindacato a non dimenticare i «soldoni», a non lasciare «la congiuntura all’avversario di classe», rinunciando alla difesa immediata degli interessi dei lavoratori per avviare «la trasformazione del sistema».

È noto che negli anni ’70 Amendola anteporrà la lotta all’inflazione agli aumenti salariali, e a sostenere una politica a favore degli investimenti, piuttosto che dei redditi delle classi lavoratrici. Alla base di questo mutamento, stanno certamente il fallimento delle ambizioni riformiste del centro‑sinistra e la sconfitta del tentativo comunista di condizionarlo. Il «tintinnar di sciabole» del generale De Lorenzo, aveva mostrato tutte le fragilità della democrazia italiana. E Amendola ne ricavava la sconsolata conferma di un paese anormale, un’eccezione approssimata per difetto rispetto ai modelli di riferimento europei e occidentali.

La crisi del centrosinistra significò anche la sconfitta della prospettiva per cui Amendola si era speso con coraggio all’interno del partito. Alla morte di Togliatti, sarà eletto segretario Luigi Longo e non Amendola, che già nel ’56 era stato individuato dalla grande stampa come il più probabile successore.

Nel novembre 1964, rispondendo a Norberto Bobbio che contestava l’immobilismo del Pci, Amendola avanzò su “Rinascita” la sua celebre Ipotesi sulla riunificazione con il partito socialista. Anche se la proposta non ebbe seguito, l’articolo ebbe il merito, da un lato, di contribuire ad innovare le forme del dibattito interno e di sollecitare l’intero corpo del partito a misurarsi con i problemi di fondo dell’identità e della collocazione internazionale del Pci; dall’altro di rendere il Pci protagonista della elezione di Saragat alla presidenza della Repubblica (28 dicembre 1964).

All’XI Congresso del Pci (Roma, 25-31 gennaio 1966), le divergenze interne al gruppo dirigente comunista si coagularono nella contrapposizione tra Amendola e Ingrao. Dalla crisi del centro‑sinistra Ingrao ricavava motivi per una radicalizzazione antieconomicistica dell’opposizione comunista e per una chiusura totale nei confronti del governo, Amendola ne traeva conferme alla sua lettura dei limiti della borghesia italiana e rilanciava l’ipotesi dell’unità delle sinistre. Il Congresso lo elesse membro dell’ufficio politico (di cui continuò a far parte fino al 1975), mentre Giorgio Napolitano, a lui particolarmente vicino, divenne coordinatore della segreteria.

Ancora nell’agosto del 1969, rilanciò, sempre con un articolo su “Rinascita”, la prospettiva di una “nuova maggioranza”, ribadendo la funzione di Partito di governo del Pci.

Nel gennaio dello stesso anno, Amendola divenne membro del Parlamento europeo — allora non eletto a suffragio universale, ma composto da delegazioni elette dai parlamenti dei vari paesi (insieme a lui, per il Pci, Silvio Leonardi e Nilde Iotti, unica donna tra i 18 parlamentari italiani).

Amendola, che già nel 1962 al Convegno sulle tendenze del capitalismo italiano, aveva contribuito a modificare l’atteggiamento di iniziale contrarietà del Pci nei confronti della Comunità europea, diverrà il principale attore di quel processo di revisione e di approfondimento che condusse il Partito Comunista Italiano ad accogliere la prospettiva dell’integrazione europea.

A Giorgio Amendola si devono attribuire alcune tappe importanti di questo processo: il convegno del novembre 1971 su “I comunisti e l’Europa”, e la candidatura di Altiero Spinelli nelle liste del Pci alle elezioni politiche del 1976[14].

Nel 1970, di fronte alle evidenti incertezze della DC nel perseguire una politica di alleanze e al susseguirsi di maggioranze di governo, Amendola sembrò affidare le speranze di cambiamento ormai soltanto alla classe operaia. «Assistiamo — dirà alla Camera il 14 aprile 1970 — ad un fatto di grande importanza, direi di portata storica: la classe operaia si fa carico di queste esigenze e le affronta. L’unità sindacale si sposta dal piano rivendicativo e contrattuale al grande terreno delle riforme di struttura». Ma in questo farsi carico si consumerà anche la parabola del partito comunista negli anni della solidarietà nazionale. Giovanni Gozzini, concludendo la sua introduzione ai Discorsi parlamentari, ha osservato: «Con il fiuto del politico di razza, capace di precorrere i tempi, l’ultimo Amendola sembra accorgersi di questa contraddizione e tenta di risolverla nel modo che gli è congeniale: radicalizzando la vocazione governativa della classe operaia e portando all’estremo l’autocritica, come se l’assenza democristiana potesse essere risolta da una supplenza delle sinistre»[15].

I mutamenti intervenuti nel rapporto tra politica e mercato (determinati dai nuovi livelli di integrazione economica internazionale) che erano venuti, sin dagli anni ’60, a ridefinire i blocchi sociali tradizionali e, soprattutto, a modificare i criteri di rappresentanza, con l’allentamento dei vincoli di appartenenza e con la definizione dei nuovi canali di consenso, rendevano impraticabile l’esercizio della funzione «nazionale» della classe operaia nelle forme praticate dal Pci nel dopoguerra.

Emblematico fu il suo difficile rapporto col movimento studentesco: se nel ’68 auspicava con gli studenti «un rapporto critico non viziato né da paternalismi né da civetterie» (in polemica con Longo, a cui rimproverava la tendenza a mettere il cappello sopra a un movimento che appariva estraneo alla tradizione comunista)[16]; successivamente prevalse in lui la preoccupazione di interrompere «troppo semplicistiche giustificazioni sociologiche, troppi cedimenti ingiustificati, troppe coperture culturali [che avevano] creato attorno al partito dell’estremismo armato una cintura protettiva»[17], come ebbe a scrivere nei giorni del rapimento Moro.

L’impegno che Amendola dedicò a quella che potremmo definire la sua ultima battaglia pedagogica non valse a mutare i termini del problema.

In una realtà profondamente mutata dai lontani anni della sua scelta di vita, Amendola rimane fedele a quella classe operaia in cui, in gioventù, aveva visto il solo soggetto politico portatore di rinnovamento. E non è un caso, che le critiche anche aspre che egli sentì di rivolgere ad essa — le battaglie contro quelle che considerava le residue zone d’ombra nella coscienza operaia: la tolleranza nei confronti della violenza e del terrorismo, le condizioni di effettivo esercizio della democrazia nelle organizzazioni sindacali, l’assenteismo, il lavoro nero, la difesa rigida del posto di lavoro, l’applicazione estensiva ed egualitaria della scala mobile[18] —, avvenissero fuori dal Parlamento; le avanzava senza remore, ma tra i “suoi”, nelle sedi di partito, sulla stampa, nelle assemblee di lavoratori. Nelle altre forze politiche sentiva di non avere più interlocutori, e lo disse esplicitamente in aula nel dicembre 1974:

«Noi confessiamo di essere in difficoltà nell’assolvimento della nostra funzione. Fare dell’opposizione con le forze, col vigore, anche con le capacità che modestamente abbiamo esige infatti un interlocutore valido, che abbia almeno la capacità, il vigore e la cultura che abbiamo noi. Invece ci troviamo di fronte al vuoto, ad un coacervo di posizioni siffatto che sentiamo di doverci muovere con cautela — il nostro famoso spirito si responsabilità cui si fa tanto appello! — perché sotto di noi c’è una lastra sempre più sottile di ghiaccio che minaccia di rompersi e di inghiottirci tutti.»[19]

Amendola fu eletto deputato ancora nella legislatura successiva, ma da quel dicembre 1974, la sua presenza in parlamento rimase muta.

Negli ultimi anni della sua vita, dedicò molte delle sue energie alla ricostruzione della storia del Pci[20], sempre con il taglio della testimonianza, come tenne a precisare nella sua prima raccolta antologica di scritti: Comunismo antifascismo resistenza, uscita per gli Editori Riuniti nel 1967. Più tardi ad esso fece seguito il ponderoso Lettere a Milano: ricordi e documenti, 1939-1945 (1973 e più volte ristampato) e la Storia del Partito comunista italiano: 1921-1943 (1978), usciti per la stessa casa editrice. Ad essi si accompagnano: Gli anni della Repubblica, Roma, Editori Riuniti, 1976; Antonio Gramsci nella vita culturale e politica italiana (Napoli: Guida, 1978); e i libri-intervista: Intervista sull’antifascismo, a cura di Piero Melograni (Bari-Roma, Laterza, 1976) e Il rinnovamento del Pci. Intervista di Renato Nicolai (Roma, Editori Riuniti, 1978). Di carattere più spiccatamente autobiografico: Una scelta di vita (1976) e Un’isola (1980) entrambi per Rizzoli.

Morì a Roma, il 5 giugno 1980.

(a cura di Maria Luisa Righi)

[1] Giorgio Amendola, Discorsi Parlamentari, Roma, 2000 (d’ora in poi DP), 30 luglio 1958, p. 402; cfr. anche Amendola, Una scelta di vita, Milano, Rizzoli, 1976, pp. 194-96, dove però il nesso tra sconfessione dell’assunto della tesi e adesione al comunismo è più temporale, che concettuale.

[2] Valeria Sgambati, La formazione politica e culturale di Giorgio Amendola, in «Studi storici», 1991, n. 3, p. 739. Amendola ha invece sempre sostenuto di essere partito da posizioni gobettiane.

[3] G. Amendola, Una scelta di vita, cit., p. 220 e seguenti, p. 254; cfr. Sgambati, op.cit., pp. 754-757.

[4] DP, 5 giugno 1952, p. 211. In realtà egli Amendola modo di leggere il saggio sulla questione meridionale solo dopo essere diventato comunista (G. Amendola, Antonio Gramsci nella vita culturale e politica italiana, Napoli, Guida, 1978, p. 28).

[5] G. Amendola, Con il proletariato o contro il proletariato? Discorrendo con gli intellettuali della mia generazione, in «Lo Stato operaio», giugno 1931, poi in «Lo Stato operaio» 1927-1939, a cura di Franco Ferri, Roma, Editori Riuniti, 1964, p. 433. La reazione di Rosselli alla notizia dell’adesione di Amendola al partito comunista, sono riportate da Amendola stesso a conclusione di Una scelta di vita, cit., pp. 263-64; la rievocazione di quegli anni svolta da Ugo La Malfa è riportata in Sgambati, op.cit., pp. 758-59.

[6] DP, p. 257. Sulla legge Acerbo, p. 255.

[7] Amendola, Una scelta di vita, cit., pp. 13-14.

[8] G. Amendola, Intervista sull’antifascismo, a cura di Piero Melograni, Bari-Roma, Laterza, 1976, pp. 64-65.

[9] Amendola, Storia del Pci 1921-1943, Roma, Editori Riuniti, 1978, p. 457. Sullo stesso periodo, e in una prospettiva più autobiografica, Id., Lettere a Milano, Roma, Editori Riuniti, 1973, in particolare p. 39.

[10] Ivi, pp. 481-490, in particolare p. 484.

[11] Ivi, p. 561. In Lettere a Milano, cit. pp. 115 e ss.

[12] La relazione di Gualtieri al convegno organizzato dalla Fondazione Istituto Gramsci, il 14 luglio 2005 (in corso di stampa), è disponibile in bozza sul sito dei Democratici di sinistra all’indirizzo: http://www.dsonline.it/allegatidef/GUALTIERI26971.pdf.

[13] Il ricordo di Gaetano Arfè è disponibile sul sito dell’Anppia: http://www.anppia.it/arfe.htm.

[14] Sul contributo di Amendola alla politica europeistica del Pci, cfr. la relazione di Giorgio Napolitano al convegno organizzato dalla Fondazione Istituto Gramsci, il 14 luglio 2005 (in corso di stampa), disponibile in bozza sul sito dei Democratici di sinistra: http://www.dsonline.it/stampa/documenti/dettaglio.asp?id_doc=26995. Cfr. inoltre L’Europa da Togliatti a Berlinguer : testimonianze e documenti: 1945-1984. A cura di Mauro Maggiorani e Paolo Ferrari, Bologna : Il Mulino, 2005.

[15] Gozzini, Introduzione a Giorgio Amendola, DP, pp. xli-xlii.

[16] G. Amendola, Necessità della lotta su due fronti, in «Rinascita», 7 giugno 1968.

[17] Id., Isolare il terrorismo e combattere ogni forma di violenza, in «L’Unità», 22 marzo 1978.

[18] Cfr. ad es. Id., Interrogativi sul «caso» Fiat, in «Rinascita», 9 novembre 1979.

[19] DP, 6 dicembre 1974, p. 914.

[20] Su questo cfr. la relazione di Simona Colarizi, Giorgio Amendola storico, al convegno organizzato dalla Fondazione Istituto Gramsci, il 14 luglio 2005 (in corso di stampa), disponibile in bozza sul sito dei Democratici di sinistra all’indirizzo: http://www.dsonline.it/allegatidef/COLARIZI26971.pdf; e Gianfranco Petrillo, Da una svolta all’altra. Luigi Longo, Pietro Secchia e Giorgio Amendola fra autobiografia, storia di partito e storia nazionale, in «L’Impegno», a. XXI, n. 1, aprile 2001, disponibile on line all’indirizzo: http://www.storia900bivc.it/pagine/editoria/petrillo101.html.

Per approfondire, oltre ai testi citati, leggi anche:

Giorgio Amendola: comunista riformista. A cura di Giovanni Matteoli; scritti di Giuliano Amato … e altri; con un inedito di Giorgio Amendola; presentazione di Emanuele Macaluso, Soveria Mannelli : Rubbettino, 2001 [Relazioni presentate al Convegno tenuto a Roma nel 2000]

Cerchia, Giovanni, Giorgio Amendola: un comunista nazionale: dall’infanzia alla guerra partigiana, 1907-1945, Soveria Mannelli : Rubbettino, 2004